Al Centro di Aiuto alla Vita della Mangiagalli di Milano ogni giorno riserva una sorpresa nuova e imprevedibile. Come sempre sono lì che aspetto ed ecco qualcuno bussa, una famiglia si fa avanti per chiedere aiuto e, come per incanto, le nubi si diradano e la speranza torna a brillare.

di Paola Bonzi

È una giornata greve, sembra tutto grigio anche là dove sappiamo esserci i colori. Come sempre sono nella mia stanza al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli e aspetto.

Chi arriverà oggi? Questa è la sorpresa che ogni giorno mi riserva; infatti le persone che vogliono da noi ascolto e aiuto possono arrivare anche senza appuntamento. Ecco così, un bussare piuttosto lieve, quasi timido e forse anche un po’ timoroso. Al mio “avanti” compaiono Anna e Marco con il loro bimbo di tre anni e mezzo. Mi presento e così anche loro, ma la loro presentazione è breve e consiste nella frase: “Abbiamo tanto bisogno”.

Luca, il loro bambino, entra incuriosito; credo che stia pensando che cosa significhi la stanza in cui è arrivato: non è una stanza di ospedale, ma non è neanche la stanza in cui vive con i suoi genitori. “Accomodatevi, vi prego! Conosciamoci meglio”, dico loro e Anna e Marco iniziano così la loro storia: “Siamo quasi disperati! Io – dice Marco – ho perso il lavoro, la piccola azienda dove lavoravo ha chiuso i battenti. Non riesco a trovare nient’altro. L’unica persona che provvede a noi tutti è Anna”.

“Sì – soggiunge Anna – lavoro il fine settimana come badante e guadagno 400 euro al mese. Per la stanza in cui viviamo, però, ne paghiamo 500 e poi dobbiamo vivere”. Il grigiore è sempre più intenso e questa patina avvolge il mio cuore e la mia mente. Anna è incinta e a breve perderà anche questo lavoro. Credo che il mio viso sia la personificazione dello stupore. Continuo a chiedermi che cosa posso fare. Mi spiegano che quando Marco lavorava erano riusciti a mettere da parte qualche risparmio (ora sono rimasti con 900 euro) e a questo gruzzoletto attingono ogni mese per poter pagare l’affitto. Vanno a mangiare al “Pane Quotidiano” e a me si stringe lo stomaco al pensiero che Luca possa essere nutrito solo per la generosità di questi volontari.

Cerco di proporre loro qualche aiuto, le solite cose: un piccolo sussidio mensile, la borsa della spesa, il guardaroba e le attrezzature per il piccolo bimbo che nascerà, compresi i pannolini fino al primo compleanno. Mentre scrivo il progetto, Luca è irrequieto e lo portiamo di là a giocare. Gabriella, la nostra volontaria, gli porge un pupazzo con cui si mette a giocare contento. “Ecco Anna, spero di aver scritto tutto nel mio progetto per lei”, le dico e per esserne sicuri lo rileggiamo insieme. Con gli occhi umidi mi ringrazia mentre io mi scuso di poterle offrire così poco.

Andiamo insieme a recuperare Luca che tiene stretto il pupazzo di Re Leone. “Andiamo Luca, abbiamo finito”. Immediatamente, il bimbo obbediente si lascia infilare la giacchina e contemporaneamente rimette a posto Re Leone. “Tienilo, è tuo!”, gli dico. Luca però non lo vuole riprendere: “Non è mio, non posso portarlo via”.

Insisto un po’ mentre mi viene un gran magone: questo bambino non ha idea di che cosa vuol dire regalo, forse non ne ha mai ricevuto uno. Mi inginocchio accanto a lui lo stringo forte insieme al pupazzo. “Luca, è proprio tuo. – gli dico – È un regalo e vedrai che ce ne saranno ancora”.

Finalmente convinto mi guarda e un piccolo sorriso gli spunta sulla bocca insieme a due lacrimoni che gli rigano le guance. La vita è piena di sorprese a volte anche molto belle. Dopo quest’incontro che mi ha profondamente segnato, telefono a Emanuela, una delle amiche che spesso mi aiutano. Racconto a fatica questa storia e lei immediatamente mi consola: “Ho ricevuto un rimborso che non mi aspettavo. Sono 8.000 euro e faccio immediatamente un bonifico per questa famigliola”. So dire solo grazie, le altre parole non mi vengono, ma non servono. Ora mi sento quasi felice.

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