La ricerca in sintesi

 

Il lavoro interinale, un’importante novità normativa introdotta in Italia alla fine degli anni novanta e ormai consolidata, coinvolge circa il 2% dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti (di cui il 44% donne); viene utilizzato prevalentemente da aziende medio-grandi dell’industria e del terziario, soprattutto nel centro nord. Le aziende utilizzano quella che, dopo il D. lgs. n° 276 del 2003 (legge Biagi), artt. da 20 a 28, viene denomina somministrazione di lavoro per far fronte a picchi di produzione, per attivare processi di preselezione, per dotarsi temporaneamente di alcuni tipi di specializzazione.
Dall’analisi dei percorsi professionali di donne e uomini prima e dopo l’esperienza di somministrazione emergono percorsi professionali frammentati, con numerosi cambiamenti di occupazione, e con passaggi frequenti, seppure brevi, nella disoccupazione.


In questi percorsi le donne, che sono inserite soprattutto nel terziario (prevalentemente nell’ambito turistico e alberghiero, nei servizi alle imprese, nel commercio e nell’amministrazione), hanno percorsi leggermente meno frammentati degli uomini, e per loro il lavoro interinale prelude più facilmente a inserimenti più stabili e di mobilità professionale ascendente. L’industria, che offre lavoro soprattutto agli uomini, sembra invece offrire in misura inferiore percorsi professionali di crescita.

Ma la ricerca mostra anche che spesso le donne hanno carriere più a rischio: in particolare quelle che entrano (o rientrano) nel mercato del lavoro con scarse credenziali educative e professionali ma anche le laureate in discipline umanistiche che non riescono a trovare lavori coerenti con il loro percorso di studio.
Per le donne, che in media sembrano trarre maggiore vantaggio dal lavoro interinale, si delinea una polarizzazione. Ci sono donne giovani, con buone credenziali educative per le quali un lavoro tecnico o impiegatizio nel terziario può aprire le porte a una carriera professionale in ascesa. Ma ci sono anche donne adulte, a bassa scolarità, senza particolari competenze professionali, che trovano con fatica un’opportunità di lavoro temporaneo in lavori non qualificati del terziario e che hanno come unica prospettiva quella di avviarsi, tardivamente, a una carriera da “interinali marginali”. Per queste donne il lavoro interinale non rappresenta un trampolino di lancio ma un faticoso punto di rammendo in una rete che protegge sempre meno persone e famiglie.


In generale, a correre maggiori rischi di mobilità discendente (il 47,1% ha visto peggiorare la propria situazione tra il primo e l’ultimo episodio di carriera segnalato) o di disoccupazione sono:

• le persone che svolgono la loro prima missione interinale a un’età elevata (è “over 40” circa il 20% del campione),

• quelle che hanno accumulato numerosi episodi di disoccupazione,

• le persone con un titolo di studio elevato.


Le prime due categorie, che nel campione comprendono in maggioranza donne, appartengono a quella componente di offerta debole nel mercato del lavoro per cui il passaggio attraverso il lavoro interinale, pur offrendo opportunità di lavoro più o meno lunghe nel corso della carriera, non significa un’uscita stabile dalla disoccupazione e un significativo miglioramento professionale.
È a queste persone che le politiche attive del lavoro dovrebbero orientarsi in maniera significativa. Anche le agenzie di somministrazione, che hanno la possibilità di creare un ponte tra lavoratori e datori di lavoro, potrebbero svolgere un ruolo importante nel favorire la loro occupazione con azioni di riqualificazione che recuperino e aggiornino competenze indebolitesi nel tempo, e nel promuoverne l’inserimento presso le aziende che hanno spesso un atteggiamento culturale negativo verso lavoratori e lavoratrici “anziani”.

Per la terza categoria di persone con un titolo di studio elevato, che include anch’essa più donne che uomini, il problema deriva sia dalla difficoltà che molte imprese hanno ad assumere personale qualificato, sia dallo scarso collegamento tra il sistema formativo e le imprese. I giovani con un livello di istruzione alto rischiano così di accumulare una serie di esperienze lavorative non coerenti con il proprio titolo di studio e di avviarsi a carriere marginali. Anche in questo caso le agenzie interinali potrebbero avere un ruolo significativo di orientamento e di promozione.

 

 

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